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Getting to Know: Mirko Bortolotti
Nell’arco dell’ultimo decennio e anche oltre, in pochi hanno costantemente dominato la scena delle competizioni Gran Turismo. Tra questo Mirko Bortolotti, che dal 2014 ha legato saldamente il proprio nome al marchio Lamborghini. L’italiano ha infatti contribuito ad ottenere alcuni dei più importanti successi nella storia della Casa di Sant'Agata Bolognese.
Originario di Trento, Bortolotti si è messo in luce fin da giovanissimo nel karting prima di passare alle monoposto, conquistando in rapida successione il titolo del Campionato Italiano di Formula 3 quello del FIA Formula Two.
Per un attimo il suo futuro è sembrato indirizzarsi verso la Formula 1, grazie anche ai test che ha sostenuto prima con Ferrari e poi con Red Bull Racing e Williams. Ma le gare GT gli hanno offerto una prospettiva professionale più concreta e Lamborghini è stata la destinazione naturale.
Da quando ha lasciato le monoposto, Bortolotti è diventato uno dei piloti più veloci ed affermati del panorama Gran Turismo. Ha conquistato due vittorie di classe alla 24 Ore di Daytona e alla 12 Ore di Sebring, il successo alla Petit Le Mans, il titolo assoluto e quello Endurance del GT World Challenge Europe, quello del DTM e ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del progetto Lamborghini SC63, conquistando anche un punto alla leggendaria 24 Ore di Le Mans.
Un palmarès che in molti invidierebbero. Ma Bortolotti non è uno che vive di ricordi. La sua ricerca di successi è inarrestabile.
Come ti sei avvicinato al motorsport da bambino? Quando è nata la passione per le corse?
“Molto presto, in realtà. Ho iniziato con il kart a cinque anni. All'inizio era semplicemente un hobby, ma poi è diventato molto di più, fino a trasformarsi nella mia professione. Non avevo grandi sponsor né una famiglia particolarmente benestante alle spalle, quindi tutto quello che sono riuscito a ottenere è stato possibile solo grazie ai risultati. Alcuni bambini amavano l'hockey su ghiaccio, altri il calcio; per me c'erano il motorsport e, più in generale, le automobili. In Italia, a quell'età, i bambini non potevano ancora gareggiare. Così ho iniziato a correre a sei anni in un campionato club in Austria. Era l'unica possibilità per un ragazzino della mia età per competere davvero. Naturalmente continuai a correre, confrontandosi sempre contro gente più grande di me. Quindi, dagli otto anni in poi, mi fu consentito partecipare ai campionati nazionali”.
Dal karting il passo naturale sembrava essere quello delle monoposto e la Formula 1. Era così anche per te?
“In quegli anni ero completamente innamorato del karting. Il mio sogno era continuare a correre con i kart per tutta la vita. Volevo diventare un professionista del karting e vincere i trofei più prestigiosi. Quello era il mio obiettivo iniziale. Non pensavo minimamente di salire su una monoposto o su una vettura da corsa, anche perché mi sembrava un mondo lontanissimo. Devo dire che, soprattutto agli inizi della mia carriera nel karting, era tutto estremamente puro: la forma più autentica delle corse. Poi, più si sale di livello, più il karting diventa internazionale e importante, e con questo arrivano anche politica, interessi e dinamiche molto complicate. Io ero talmente innamorato di quello che facevo che non mi rendevo davvero conto di ciò che accadeva attorno a me.
Fortunatamente avevo accanto delle persone valide, tra cui naturalmente mio padre, che a un certo punto mi dissero che era arrivato il momento di andare avanti e tentare la strada delle monoposto”.
Come sono stati i primi anni sulle monoposto?
Ebbi l'opportunità di provare una Formula BMW durante un test quando avevo circa quindici anni. Era la mia prima esperienza assoluta su una monoposto. A dire la verità, la prima volta che salii su quella macchina ero completamente spaesato. Nei primi giri non avevo la minima idea di cosa fare. Era un mondo totalmente diverso: la posizione di guida, la visuale, le cinture di sicurezza. Nei kart non esistono cinture, quindi ritrovarsi così bloccato nel sedile fu quasi uno shock culturale. Però, già alla fine del primo giorno, iniziai a sentirmi davvero a mio agio. Il secondo giorno cominciai a spingere e ad andare molto forte. Da quel momento la mia prospettiva sulle monoposto cambiò completamente”.
Nel 2013 sei passato alle GT, iniziando a correre con l’Oregon Team, la squadra guidata da Jerry Canevisio. Quanto è stato importante quel passaggio?
“Ha salvato la mia carriera nel motorsport. Naturalmente non saprò mai cosa sarebbe successo altrimenti. Forse sarei diventato manager di una grande azienda, forse avrei intrapreso una carriera completamente diversa. Non esiste solo il motorsport. A un certo punto avevo iniziato a non credere più in quello che era stato il mio sogno, perché le opportunità stavano svanendo proprio in un momento cruciale della mia carriera. Alla fine ho dovuto fare due passi indietro per poterne compiere uno in avanti. È esattamente quello che è successo. In quel periodo le cose iniziarono finalmente a incastrarsi. Avevo bisogno di quell'occasione e, quando arrivò, la colsi al volo, pur senza aver mai provato la vettura. Fu quella possibilità ad aprirmi le porte del mondo delle GT”.
Come è iniziata la tua storia con Lamborghini?
“Grazie all'esperienza accumulata con la Formula 1 - credo di aver svolto undici o dodici giornate di test - oltre che nella Formula Two, sentivo di essere semplicemente in attesa dell'occasione giusta, che però purtroppo non arrivò mai. Così sono approdato in Lamborghini nel momento perfetto. Nel 2014 si utilizzavano le Gallardo GT3 e la Casa si stava preparando a una nuova fase della propria storia con il progetto Huracán GT3, sviluppato insieme ad Audi. I tempi erano perfetti: loro cercavano un pilota e io ero libero. È incredibile vedere tutto ciò che è stato costruito da allora. All'epoca Lamborghini non era quella che conosciamo oggi. Ho firmato il mio primo contratto all'interno di un container utilizzato come ufficio. Da allora la fabbrica è probabilmente raddoppiata per dimensioni ed è diventata un ambiente completamente diverso. Ripensando a dove eravamo allora e a quello che siamo riusciti a costruire in appena dieci anni, è qualcosa di davvero straordinario”.
Quali sono i momenti più significativi della tua carriera con Lamborghini?
“La cosa che mi rende più orgoglioso è aver preso parte in prima persona alla maggior parte dei grandi successi ottenuti da Lamborghini. Abbiamo vinto due volte la 24 Ore di Daytona, la 12 Ore di Sebring, la Petit Le Mans, il titolo assoluto della Blancpain Endurance Series nel 2017, siamo arrivati secondi nell'ADAC GT Masters (il miglior risultato mai ottenuto da Lamborghini in quel campionato) e naturalmente c'è il titolo DTM, che considero il traguardo più importante della mia carriera”.
Cosa fai quando sei lontano dalle piste?
“Mi piace molto il sim racing, soprattutto iRacing, anche se non ci dedico il tempo che investono i professionisti del settore, ed è davvero impressionante quanto si allenino. Faccio molto sport, mi piace viaggiare, scoprire posti nuovi e, quando ne ho l'occasione, concedermi qualche vacanza.”
