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Sara Cardin: le sfide della campionessa del mondo di karate

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La karateka Sara Cardin, 32 anni, è campionessa mondiale ed europea nella specialità del kumite, che in giapponese significa combattimento: ha vinto un oro e un argento ai mondiali, quattro oro, due argenti e un bronzo agli europei, venti titoli italiani ed è detentrice del “K Rosso”, l’ambitissimo premio che incorona i migliori campioni al mondo di questa disciplina. Sara si definisce uno spirito libero, combattiva e sognatrice, e dopo un importante intervento al crociato ha un solo obbiettivo: vincere le Olimpiadi di Tokyo 2020, dove per la prima volta il karate sarà sport olimpico.

Come è nato il tuo interesse per il karate?
Ho iniziato piccolissima, avevo 7 anni. Mia mamma mi aveva iscritta a danza, dove indossavo tutù e ballerine, poi a ginnastica artistica, dove avevo un costumino rosa, però passavo la maggior parte del tempo con mio nonno, e in giardino giocavo con gli archi, le spade, le frecce. Il nonno aveva fatto un sacco dove aveva messo tutte le lenzuola vecchie di mia nonna, l’aveva appeso a un albero e io ci giocavo tutto il giorno. Guardavamo i film di Karate Kid con Bruce Lee e un giorno ha detto a mia mamma, “forse è il caso di farle cambiare sport”. Quindi abbiamo trovato una palestra di arti marziali vicino a casa e così ho iniziato.

Ti saresti mai aspettata di diventare campionessa del mondo?
Da piccolina ero coordinata e molto veloce, ma oltre a questo mi sono sempre sentita dentro una forza incredibile, un’energia vulcanica. Mi sentivo una piccola guerriera: mi ricordo che una sera correvo con una spada di legno intorno al tavolo in sala da pranzo a casa dei nonni e urlavo “campioni del mondo, campioni del mondo!”. Mia mamma mi diceva in dialetto veneto, “prima di diventare campioni del mondo bisogna farne di strada!”. E mi chiedeva, “quando la smetterai con questo karate?” Io le dicevo: “smetterò soltanto quando sarò la più forte del mondo”. Ho sempre avuto grandi sogni, grandi ambizioni.

Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare?
Quando ero piccola ho dovuto affrontare dei momenti difficili e ho tuttora dei brutti ricordi. In più c’erano periodi in cui non facevo altro che studiare per la scuola e allenarmi per le gare, non c’era tempo per lo svago. Facevo il liceo scientifico, e al lunedì agli insegnanti non interessava che io fossi stata in giro per il mondo con la tuta dell’Italia a portare in alto la bandiera italiana, c’era l’interrogazione. È stato stressante. Anche passare al professionismo non è stato facile.  Innanzitutto ero donna, e in più non soddisfacevo il requisito minimo di altezza del metro e 61 centimetri per entrare in un gruppo militare sportivo dell’esercito: ho dovuto dimostrare più volte di essere forte nonostante il mio limite di altezza e superando i pregiudizi. Ci sono state delle difficoltà, ma sono proprio quelle che mi hanno resa più forte.

Hai mai pensato di mollare tutto? 
Ci sono stati tanti momenti duri, ma io ho sempre avuto un sogno che era più grande di qualsiasi cosa, e tutto quanto, momenti belli e brutti, mi è servito per arrivare dove volevo arrivare. C’è stato un periodo in cui ero arrivata davvero al limite, seguivo diete molto rigide (se sforavi anche solo di un etto non potevi gareggiare). Una sera, tornata da allenamento, ho preso i guantini, li ho messi nell’armadio e non li ho tirati fuori per cinque mesi. In quel periodo sono andata in piscina, nuotavo guardando la riga nera sul fondo della vasca. Piano piano ho poi deciso poi di ritornare in palestra: ho cominciato a ritrovare le mie sensazioni, le mie passioni. Perché comunque il karate mi fa stare bene. 

Come ti senti a portare l’italianità in giro per il mondo?
È un grandissimo onore. Quando stai disputando una finale sei da solo, con il tuo kimono, 18000 spettatori che urlano dagli spalti, e le telecamere puntate contro. Nel petto però ho lo scudetto italiano e lo sento come una carica in più, sento che in realtà non sono sola, ma che tutta l’Italia sta combattendo con me contro qualcun altro. 
 

Anche in Lamborghini siamo fieri di poter rappresentare l’eccellenza italiana. Come ti sei sentita alla guida della Huracán Performante Spyder?
È stato spettacolare. La Huracán è moderna, sportiva, colorate, frizzante. Sono sempre stata appassionata della velocità: nel karate, i nostri calci “viaggiano” a 3 decimi di secondo, e se sbatti le ciglia nel momento sbagliato ti prendi un calcio in faccia. La stessa passione per la velocità la provo anche nelle macchine. Mi piace schiacciare il pedale e sentire l’accelerazione: arrivare da 0 a 100 in meno di tre secondi dà una carica di adrenalina incredibile, è divertentissimo. E poi a me le macchine sono sempre piaciute: da piccola, al mare, guidavo sempre le macchinine a gettoni, che ormai purtroppo non esistono neanche più!

Il tuo obiettivo per il futuro?
Vincere le Olimpiadi di Tokyo 2020. 

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Photo Credits: Stefano Guindani